To cut a long story short

cuore

Per qualche strano motivo parte della Redazione pensava che questo titolo (sottratto agli Spandau Ballet) sarebbe stato un buon titolo per un post di Basketacazzo. Probabilmente perché  siamo attuali e competenti come dei New Romantic.

Non era mai capitata l’occasione, ma questa settimana è stata la settimana che tutti sapete: cominciata con l’8 Settembre in salsa Olimpia, proseguita con l’attacco di leptospirosi dopo l’intervallo della partita con il CSKA (che è il CSKA, ma se il signore ti leva dai coglioni Milos e Nando ti sta dicendo che è la tua occasione per vincere) e completata oggi a pranzo, con una prova in quel di Venezia che i più attenti commentatori tecnici potrebbero definire “un insulto alla merda”.

Su tutto questo si staglia, con la discreta presenza di un parcheggio multipiano in mezzo ai Giardini dell’Eden, la sagoma del Grande Egoista, del Campione dell’Atteggiamento di Merda, dei tiri forzati, dell’europeo che ci ha fatto perdere e ogni altra nequizia che ha farcito negli ultimi anni la maglia numero 5 dell’Olimpia Milano.

E’ stata una settimana particolarmente insensata, con momenti degni di un tour anni ’80 di Ozzy Osbourne. Il ruolo di Randy Rhoads se lo è ritagliato uno a cui vogliamo bene, Toni Cappellari, con un’improvvida intervista in cui ha spiegato che AleGent♥ non potrà andare a Bamberg perché Melli non lo vuole. Che sarà anche vero, ma magari ci pensa il Bamberg a comunicarlo al mondo (quando può bastare un cortese “no, grazie”)

Poi a staccare la testa alla colomba ci ha pensato Sbezzi, che si è preso la briga di telefonare a una blogger di cui non ricordiamo il nome per quel che aveva scritto sul suo assistito. Le versioni su toni e contenuti della telefonata non coincidono, ma poco importa: a noi manco una misera mail…

Non vogliamo qua dilungarci troppo su questa decisione, su chi l’ha presa e perché, anche perché abbiamo ricevuto una quantità notevole di soffiate e onestamente anche sticazzi: a parte che sia tutto un piano per nascondere una gravidanza extra uterina di AleGent♥ le abbiamo sentite un po’ tutte.

Non ci importa e non vale neanche la pena di esprimere un giudizio su un dato di fatto, qualcosa che è accaduto e che quindi non ha una via indietro.

Però…

Siena, 25 giugno 2014. Il Venerabile Licio Jerrells chiude per sempre il tempio del Male e porta la serie di finale a gara 7. Checché qualcuno si ricordi altro, quella partita la vince AleGent♥, con una riga di numeri che dice 23, 7, 2, 53, 66. Punti, rimbalzi, assist, % da 2, % da tre. E 2 recuperi. E 1 persa.

Forse la sera più bella dell’era Armani, insieme a quella di due giorni dopo, dove l’Olimpia si leva la scimmia dalla spalla e la seppellisce viva nelle paludi di Assago. Per la cronaca, 18, 3, 1, 75, 0. Non la stessa cosa, ma comunque miglior marcatore.

Quella squadra è stata la squadra dell’era Armani che ha davvero significato qualcosa. Tutto quello che ne è rimasto è ad oggi lo specialista designato da Repesa per gli NE, ovvero Bruno Cerella.

Qualcuno era già a fine carriera e salutarsi era logico. Qualcuno era all’apogeo e salutarsi è stato meno logico, visto che non si  è fatto granché per trattenere KL o il Venerabile.

Ma la base di quella squadra, la base per il futuro, erano i tre italiani. Uno gioca ad Atene, dove se non altro non ha più dato motivo di discussione per i comportamenti fuori dal campo. Un altro, dopo essere stato martirizzato per un paio di falli ingenui (di cui uno più che ingenuo e il secondo inesistente), adesso spacca culi in EL con un’altra maglia. Il terzo ha appena salutato, dopo una campagna di odio da parte dei suoi stessi tifosi che manco Darko Pancev.

Ora, non vogliamo farla tanto lunga. Vogliamo solo ricordare dove era l’Olimpia e dove è adesso, nonostante investimenti cospicui. Vogliamo solo ricordare che senza una base solida in EL nessuno ha mai vinto niente. Che anche nell’era dei passaporti flambé difficilmente vinci senza una base indigena. Che molti dei più grossi investimenti fatti nell’era Armani hanno portato dividendi ad altri.

Perché la storia di Milano è un po’ quella del giorno della marmotta: c’è un uomo molto elegante che ha una passionaccia, sceglie dei coach di nome e curriculum per poi costruire niente o quasi. Prende regolarmente giocatori costosi, ma quando incrementano di valore, li lascia andare (a volte, col senno di poi, facendo molto bene, come nel caso di Samardo).

Ecco, tornate però con la memoria a quel 25 giugno.

Qualche giorno fa, nel rispondere a un nostro articolo su Steph Kerr, il più famoso giornalista italiano di basket ha detto che “c’è una questione di fondo di vendibilità del prodotto”.

Si può discutere di abolire il tiro da tre o inventare quello da quattro, di fare l’EL a inviti o a sorteggio, di cambiare il numero dei visti e anche di fare il restyling del logo, ma rimaniamo seriamente convinti che “la vendibilità del prodotto” dipenda dalle emozioni.

A noi della Redazione quel 25 giugno ce lo possono vendere un altro milione di volte. Come ci possono rivendere AleGent♥ che gronda sangue dopo la gomitata della merda umana (con le dovute scuse alla merda) o la serie di AleGent♥ contro Sassari o tutte le vittorie della muta di bracchi di quella stagione 2013/14.

Probabilmente sbagliamo. Anzi, certamente, a guardarci intorno e a leggere in giro. Perché è certamente più importante vincere lo scudetto contro Reggio guidata da due anziani alla loro ultima partita (che se non fossero stati ex senesi avremmo fatto il tifo per loro), con l’italiano più forte semi-zoppo. O alzare la prestigiosa Supercoppa Italiana, il trofeo che tutti i cantoni svizzeri di lingua italiana ci invidiano. Contano solo le vittorie. E le cheerleader. E il cubo con il punteggio.

E’ buffo. Noi della Redazione siamo ignorantissimi. Se ci chiedete il numero di supercoppe italiane vinte dall’Olimpia non lo sa nessuno. Anche sugli scudetti un paio di noi si sono confusi.

Ma sappiamo esattamente che in Francia non esiste una città dove non si è mai giocata una certa partita. Sentiamo ancora male al cuore quando rivediamo Dino tentare quel terzo tempo da zoppo. Ricordiamo una per una le parole di Pupuccio a Gianni Decleva. Ricordiamo il rumore del ferro su quel tiro libero. Odiamo ancora Nate Green.

Non sono tutti momenti di cui andare orgogliosi, ma sono i momenti che i nostri cuori hanno scelto per noi.

Molti di quei momenti, negli ultimi anni, sono legati a quel campione di egoismo, presunzione, atteggiamento di merda, tiri piatti, palle perse, decisioni del cazzo che ci ha appena salutato. Ma che noi non saluteremo mai, perché ha già trovato un posto in cui rimarrà, un posto in cui altri non arriveranno mai. Un posto che molti tizi che si prendono la briga di seguire l’Olimpia probabilmente non hanno neanche.

Perché con tutti i limiti e i difetti che gli si vogliono attribuire, c’è una cosa che nessuno può negare di AleGent♥: che sa perfettamente che ogni volta che si alza una palla a due si giocano da capo i destini del mondo.

E per noi questa è l’unica cosa che vale davvero la pena comprare.

 

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