ADDIO BRUNO E GRAZIE PER TUTTO IL PESCE

Questo doveva essere un lungo articolo nel nostro solito stile: un’idea bislacca tirata per le lunghe, una serie di battuteacazzo, odio diffuso, presomalismo, logorrea, riferimenti pop e di nuovo presomalismo.
L’idea era di intervistare Livio e farlo alfiere di una nuova straordinaria idea di marketing: far fuori i giocatori amati dal pubblico per convincere i tifosi a diventare supporter delle varie poste attive del bilancio societario. Non più cori “Bruno Bruno”, ma “Ratei Attivi Ratei Attivi”, la fondazione delle BM, le Brigate Merchandising, e canotte con stampato “EBIT” sulla schiena e il numero “+1,28%”.
Come sottotesto il fatto che sono i Bruno Cerella di questo mondo che ti mandano in vacca la programmazione economica: lo paghi per fare l’undicesimo e non vedere il campo e sto stronzo si guadagna dei minuti, mandando a fanculo l’utilità marginale (e il costo unitario) dei minuti di Jenkins.
In alternativa pensavamo a Jasmin che mette la pulce nell’orecchio a Livio (“la gente dice che è più bello di te”) e Livio che lo manda via dopo aver scoperto di non poter sostituire in blocco “la gente” con “altra gente più in linea con i valori aziendali”.

Però avrebbe raccontato solo cosa pensiamo di come è gestita l’Olimpia Milano e ben poco di Bruno Cerella.
Avrebbe raccontato poco del perché (anche se scriviamo stronzate) amiamo la pallacanestro: anche (ma è una fetta grande) perché esistono i Bruno Cerella.
Perché per tre anni noi abbiamo avuto una certezza: che in mezzo ai falli ingenui visti solo dai nostri coach, alle tournée americane, alle nostalgie canaglie del panforte, alle campagne acquisti fatte con gli spiccioli quando c’è la prima scelta e i soldi veri quando sul banco del verduraio è rimasta solo la cicoria, Bruno ci avrebbe messo la faccia e ogni stilla di sudore, cuore, talento e coraggio nel suo corpo.
Che avrebbe rappresentato meglio di chiunque altro noi sfigati che amiamo questa maglia, non perché esempio preclaro di pippa che però si impegna, ma dimostrazione vivente, coerente e continua di come si sta in campo. Perché, parafrasando Shaq, Bruno Cerella sarebbe stato Bruno Cerella anche se dotato di un talento stellare o anche dotato di nessun talento.
Perché se uno è in campo quando il chirurgo gli sta ancora ravanando un menisco, non è semplicemente questione di coraggio: è questione di testa, attenzione, impegno totale, conoscenza del proprio corpo e serietà.

Se il basket è un gioco complesso, l’Olimpia è invece una questione semplice: il pubblico di Milano ha amato colossali paraculi, boscaioli afasici, gente con disturbi della personalità, semi delinquenti e bravi ragazzi. Tutti avevano in comune una cosa: facevano sul serio.

E’ ovvio che nella costruzione della retorica di una società sportiva stiano meglio parole come “guerriero”, ma la vera mascotte naturale dell’Olimpia, al posto di quel simil-Bibendum fuggito da un clone sfigato di Legend of Zelda, sarebbe un monolite bianco con una scritta rossa “non si scherza un cazzo”.

Bruno Cerella, per tre anni, è stato quel monolite. Ogni pallone, ovunque, con qualsiasi punteggio, contava. Bruno Cerella, per tre anni, lo abbiamo avuto noi. E al di là dei ringraziamenti, che comunque ci stanno, quello che vogliamo rivendicare oggi è l’orgoglio. Il suo ed il nostro.

Non sappiamo chi e perché abbia deciso che i giorni di Bruno a Milano fossero finiti, anche se sappiamo cosa pensiamo noi di questa persona, chiunque egli sia. E sono tutte cose che la Polizia Postale tende a non gradire. Ma oggi poco importa.

Quello che importa è che lungo il nostro cammino c’è stato, per un pezzo di strada, uno come lui. Ed è stata una bella fortuna, perché alla fine nelle pieghe delle cose belle e leggere come la pallacanestro si nascondono le cose belle e pesanti come l’etica.

E’ per questo che a Bruno Cerella ci viene voglia di non dire neanche grazie: perché ci piace pensare che in fondo al suo cuore lui pensi di aver semplicemente fatto ciò che doveva.

Se scegliamo di salutarlo con le parole di Douglas Adams è perché c’è una cosa che contraddistingue le persone (e le cose) davvero serie: non prendere troppo sul serio sé stessi, ma solo gli altri e ciò che va fatto.

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3 pensieri su “ADDIO BRUNO E GRAZIE PER TUTTO IL PESCE

  1. E invece… come avete osato dubitare di Livione?? Secondo me è lui che vi ha fatto bloccare… uomini di poca fede! XDD

    (Comunque condivido il post in blocco. Avevo pure smesso di seguire il mercato, depressa da questo mancato rinnovo, e poi oggi apro la pagina dell’Olimpia e… sorpresa! Yayyy!)

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