LOL STAR GAME

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Ogni grande industria dell’intrattenimento ha la sua vetrina, l’evento in cui una volta ogni tanto celebra sé stessa e mette in scena, tutti assieme, le cose che la rendono un’industria di successo.
Il cinema ha gli Oscar, la musica italiana ha Sanremo, la politica italiana ha l’Expo, la ‘ndrangheta ha l’Expo (se vi chiedete quale parte sia dell’una e quale dell’altra: la parte organizzata meglio) e la Serie A Beko ha il LOL STAR GAME, una serata all’insegna della risata agrodolce, nella scia della grande tradizione della commedia all’italiana: più Scola e Monicelli che De Laurentiis, anche perché Christian De Sica costa…

Anche l’edizione di quest’anno non ha previsto eccezioni: grande risate con però tante occasioni di riflessione, lampi di tristezza che ci hanno aiutato fra una gag e l’altra a ricordarci chi siamo, il sesto campionato professionistico d’Europa (o così sembrano suggerire quegli allenamenti settimanali chiamati Coppe).

Per prima cosa una nota di merito va alla location. Il palazzetto di Trento è così trishte che dopo dieci minuti il telespettatore è portato a riflettere su Enrico Toti, Silvio Pellico e gli irredentisti: non era meglio risparmiarsi dei morti e mollare tutto agli austriaci?
Omaggiati i martiri della Grande Guerra la prima cosa che si nota sono le divise delle squadre: le due divise di Trento, praticamente. Gran bella idea! Non solo dona al tutto l’appeal di una campettata fra amici in cui uno dei partecipanti ha le chiavi del magazzino della squadra dell’oratorio, ma rende bene la natura onanistica dell’incontro: noi contro noi stessi e che vinca il lato peggiore di noi.

Detto questo, passiamo agli highlight della serata.

1) Un LOL STAR GAME deve comunque rendere omaggio alla NBA e cosa rubare ai fratelli di oltre oceano se non il singolo elemento che ha resto quella che era una gran partita una stronzatona insostenibile: ovvio, la NON DIFESA. C’è stata più difesa durante la gara delle schiacciate che in 40 minuti di celebrazione del mestiere più antico del mondo: il casellante.
In quello NBA questo porta a una quantità di giocate sopra il ferro che ha dell’insopportabile, ma se siete dei giovinastri scapestrati di qualche brutta parte del mondo, probabilmente è la sera più bella dell’anno. La Serie A Beko però mantiene la sua ruvida natura giansenista e quindi metà di queste farse si risolvono con un appoggio al vetro. Come a dire che sì, la vita è un palcoscenico, ma la maggior parte di noi sono solo degli Stefano Accorsi

2) Saltiamo a fine partita. Per l’occasione la Lega ha deciso di rimettere in serpa due leggende: coach Peterson e coach Bianchini. Se non avete capito che senso avesse prendere due che ai tempi loro sono stati due megalomani mangia parquet di altissimo livello e metterli a fingere di allenare della gente che sciabatta in campo, l’ultima inquadratura di Sky li ha mostrati con in mano delle enormi bottiglie di Prosecco offerte da uno degli sponsor. Se la telecamera avesse stretto di più avreste anche notato dei boeri nelle mani degli assistenti: la vita è ingiusta, per quanto tu ti sbatta alla fine da anziano ti attende l’umiliazione di vincere la riffa al bar dell’oratorio del tuo paese. E stacce.

3) Una risata sottile e inquietante l’ha regalata la gara del tiro da tre punti, anzi, più di una. A parte il fatto che nessuno aveva calcolato la possibilità che un concorrente si sparasse due carrelli con un pallone incastrato fra ferro e tabellone perché le uniche persone che avrebbero fatto in tempo a intervenire avevano 9 anni e non raggiungevano il metro e 40, a parte il fatto che nessuno dei suddetti novenni ha avuto la presenza di spirito di impedire che i concorrenti tirassero il pallone bonus come quarto del carrello e non come quinto, la cosa veramente meravigliosa è che la gara l’ha vinta, pipa in bocca, uno che il suo coach in campionato fa praticamente giocare playmaker.
Risata un po’ cerebrale, lo ammettiamo, ma esiste un’altra lega che ti fa ridere con cinque carrelli e un cronometro?

(menzione speciale per Alex Kirk che non è riuscito a finire i palloni: Sky ha detto che è per via della meccanica lenta, che deve essere una definizione tecnica per “dopo il terzo carrello la lingua gli strisciava per terra”)

4) Lo sponsor è sacro, ma solo una lega al mondo poteva vantarsi di aver organizzato il “mini slam dunk contest”. Tanta umiltà dovrebbe essere osannata, speriamo che la lega voglia da oggi in poi dare a chi vince lo scudetto il titolo di “campioncini d’Italia”.

5) Abu Abass salta davvero tanto, ma pure nella sua schiacciata vincente non è mancato il dettaglio che ti spinge a riflettere: a parte l‘omaggio agli all star game degli anni ’90 (ultima volta in cui si è visto un giocatore di un’altra lega indossare una canotta NBA… come a dire “noi qua siamo degli sfigati…”), il dettaglio decisivo è che Abbas in realtà voleva eseguire un triplo Toe-loop.

6) La giuria della gara delle schiacciate è come una foto di famiglia del basket in Italia: una tizia che ha vinto Miss Italia perché da quando non lo guarda più nessuno per vincere più che essere figa serve avere una marea di parenti che votano, uno che vende frigoriferi, uno che non si è capito chi era, uno che si è capito chi era tanti anni fa e non era già ai tempi una cosa bella, un rapper e Carlton Myers. Perché non sono mai tutte rose e fiori.

7) THE DUNK.

L’avete vista tutti, La Redazione ha commentato al volo, ma rimane l’ammirazione per come in cinque secondi la serie A Beko abbia riassunto sé stessa: un concorrente che pensa a fare il tamarro con le fighe invece di pensare a fare il proprio mestiere, vestito come un magnaccia, che prende a ginocchiate in faccia un compagno di squadra e gli spacca il sopracciglio. Mancava la ciliegina sulla torta: Facchini che scendeva dagli spalti e chiamava antisportivo a Poeta. Nei nostri cuori, lo ha fatto.

In sintesi: a cosa serve un LOL STAR GAME? A farti apprezzare di più il campionato di cui è espressione. Ebbene, c’è riuscito.

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