L’addio di Melli: La Redazione, in lacrime, racconta le sue emozioni

La Redazione non è solita scrivere cose che davvero pensa, ammesso che in qualche modo la Redazione pensi. Ma l’addio di Melli ha gettato secchiate di presomalismo su tutto il basketacazzo del globo, quindi beccatevi ‘sto pezzaccio lacrimevole e sudato.

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Insomma, è così. Alla fine doveva succedere. E a pensarci bene, non ci sembra neppure strano. Avvisaglie ce n’erano state fin dalla scorse estate. Firma, non firma, ma sì che firma, solo bisogna trattare un altro pochetto. Dai che firma, ecco che firma, e zac, un bel contrattone di un anno. Ma come un anno? Un anno, ‘mbé? E che ti credevi. Ma l’estate prossima siamo ancora punto e a capo. Boh, sì, magari, ma intanto abbiamo inchiostrato per due anni James, che è un cristone di due metri e fischia, e pure Ragland, che con quel faccino un po’ così mi ricorda tanto uno di quella serie tv coi neri. No, non quella lì, quella senza il tipo che droga le donne per stuprarle, ma con tantissimi buoni sentimenti. E allora non c’era spazio per un altro biennale. Che mica siam qui a caricarci sulle spalle la gente. Biennali, noi, li diamo solo a gente futuribile. Come dite? Forse non è nemmeno italiano? E secondo voi come avremmo fatto altrimenti a far passare il contratto di Shawn “non gioco da quando un mutuo subprime sembrava una brillante idea economica” James?

Ma badate bene, la Redazione è composta sì di persone che odiano il resto dell’umanità un po’ meno solo di quanto odiano se stesse, però questo non significa offuscare ogni giudizio. Che ce lo ricordiamo benissimo l’attimo in cui Nik decide che sai che c’è? C’è che manca uno sputo sul cronometro, siamo sopra di una manciata, e quello lì in maglia gialla che corre verso il Teatro della Luna lo placco al collo. E seppur con tutte le giustificazioni del caso, ci ricordiamo anche di quando hanno dovuto operarlo sul campo per levargli il gomito di Dyson dalla faccia. Tutti noi ce lo siamo detti, dentro il nostro animo intossicato, Nik bello, se il pirla ti chiede di pressare a metà campo su un piccolo, puoi anche mandarlo mentalmente a Grosseto. Niente. Fallo, il biondo rimbalzista fuori, e il resto è cronaca (storia no. Davvero no).

Però va detto anche dell’altro, porca pupazza. E non è solo il fatto che a tutti gli effetti il buon Melli è il miglior 4 italiano prendibile (e allora Gellinari? No, bimbi miei, il Gallo non è prendibile. Facciamocene una ragione. Tornerà a Milano fra cinque anni con la schiena nel posacenere e il tatuaggio di Fiero il Guerriero che ormai sembrerà Chobin, il principe stellare). Ma lo ripetiamo, non è solo questo. È che dieci anni a sentir parlare di progetto per poi lasciare andare l’unico italiano che conosce l’ambiente da 5 anni, che scrive una lettera nella quale ringrazia persino i custodi del Lido, che 20 sporchi minutti di rimbalzi e difesa a ogni livello li può fare, che ha ampiamente cooperato a farti vincere lo scudetto dopo 18 anni, ecco, lasciarlo andare ci sembra – a conti fatti – una generosa cazzata.

Sarà che stiamo tutti invecchiando, ma da un po’ di tempo a questa parte, iniziamo a pensare che forse, nello sport, non ci interessano solamente gli spumeggianti botti di mercato, le facce nuove, e i nomi croccanti. Ci interessa anche che nella squadra per cui facciamo il tifo ci sia qualcuno, non tanti, ma almeno qualcuno, a cui un po’ vogliamo bene. E a Nick, noi, gliene vogliamo.

Una parte della Redazione, tutta sudata, era in mezzo al campo quando poco più di un anno fa Milano ha vinto gara 7 contro Siena. Nel parapiglia, la Redazione ha incrociato, spaesato come una cerbiatta, lo sguardo azzurro del buon Nik. Abbraccio, pacca sulla spalla, e giusto due parole: dai, che quando Ale ci lascia, il capitano sei tu. Ci spiace. Ma non di aver sbagliato, ci spiace che il capitano, quando Ale ci lascerà (e prima o poi lo farà, fidatevi), sarà ad andar bene qualcuno che due anni prima giocava altrove. Eccolo, il progetto, segno che la razionalità non finirà mai.

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