La persistenza della memoria

Dopo Escher e Magritte la redazione prosegue il viaggio alla scoperta delle doti artistiche dei cestisti proponendo un lavoro purtroppo non abbastanza famoso di Salvador Dalì, eclettico all-around cresciuto nelle file del compianto Girona e passato poi al Real Madrid.

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Time is not a time out: go quick

 

Ancora Sul Caso Refini: I Cinque Blog Che Sconvolsero Il Mondo

La storia è di quelle che fanno accapponare la pelle e la redazione di basketacazzo.com, con l’epidermide appunto ancora accapponata, ha deciso di vederci ulteriormente chiaro preparando un reportage che farà drizzare sulla sedia tutti i suoi lettori. Tutti e quattro.

In breve, l’EA7 Olimpia Milano, la società che vanta più titoli in Italia, è stata fatta oggetto di un attacco mediatico che non ha precedenti, anzi che ha del senza precedenti nella storia dello sport europeo. Forse addirittura eurasiatico. Io e l’Olimpia, Il più importante portale di basket dell’intero globo terracqueo, si è scagliato in modo subdolo e vigliacco contro i vertici della società di Piazzale Lotto, al punto da costringere Livio Proli, il presidente che vanta più vittorie come Manager of the year in tutto il lombardoveneto, a emigrare negli Usa. Proprio come fece suo bisnonno, Romualdo Proli, che nel 1918 aprì un chiosco che vendeva cocco freso vicino all’attracco di Coney Island, venendo eletto l’anno dopo Dock-Exotic-Fruit-Manager of the year.

Romualdo Proli, terzo da sinistra, con alcuni compagni di avventura.

Romualdo Proli, terzo da sinistra, con alcuni compagni di avventura.

La vicenda è ormai nota. Il mefitico Matteo Refini, ordendo inenarrabili trame, ha gettato su Giampiero Hruby il marchio dell’infamia. Per questo motivo Dan Peterson, storico coach dell’Olimpia Milano, mitico commentatore del Wrestling e immagine iconica della bevanda dissetante, potente quasi quanto l’Uomo del Monte, è stato costretto a demansionare Hruby.

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Sì, è proprio così. Preoccupato per la sua assai futuribile carriera, Peterson si è visto costretto al demansionamento. O alla demansionazione, vedete voi.
Fin qui nulla di strano, è normale che una società, preoccupata per la propria immagine, decida di demansionare un proprio dirigente, come potere chiaramente vedere. Lo strano, o se volete il perturbante, è stata la reazione della rete. Molte e tante sono state, infatti, le voci che si sono alzate in difesa di Refini. Com’è mai possibile, si domanda l’internèt, che un blog come Io e l’Olimpia, che vanta ben centinaia di visualizzazioni a settimana, possa minare l’immagine, financo rovinandone la sempreverde carriera, di un personaggio come Peterson? La redazione di basketacazzo.com ha preparato un dossier, che ora è pronta a mostrarvi, rivelando al compulso mondo del web quali danni possa arrecare la semplice azione di un blog con un numero di followers inferiore ai 1000. Per far tastare al pubblico la congruenza delle nostre parole, ecco a voi i 5 più importanti eventi storici causati da un blog.

1. Nel febbraio 1968, il blog statunitense I and the Trumpet, fece oggetto l’allora celebre musicista Louis Armstrong di un poderoso attacco mediatico, accusando Il Tromba di simulare la cecità che tanto l’aveva reso famoso. Per scagionarsi, Louis fu costretto a sviare l’attenzione su suo fratello Neil, che girò nel deserto del Nevada il finto allunaggio, a cui sorprendentemente il mondo credette.

2. Nel maggio del 1939 il blog bavarese Ich und der Lebensraum pubblicò alcune scottanti rivelazioni riguardanti la vita sessuale dell’architetto Albert Speer, che lo vedevano intento in atteggiamenti poco lusinghieri con Karol W., un giovane studente di filologia dell’università di Cracovia. Per dimostrare la sua estraneità ai fatti, Speer convinse il Führer tedesco a invadere la Polonia, nonostante del giovane studente si siano perse le tracce e le malelingue vogliano che lo stesso architetto lo abbia tratto in salvo nel vicino convento di Łagiewniki, da cui ebbe inizio una non meglio precisata, ma fulgida, carriera.

3. Nei primi mesi del 1961, sulle pagine del blog I and the wet pussy, il gestore di un noto strip club di Dallas, tale Jack Ruby, minacciò di rivelare al mondo la relazione clandestina tra il Presidente JFK e la nota attrice Marilyn Monroe. Kennedy, in preda allo sconforto, inaugurò il Progetto Apollo e stanziò svariati miliardi di dollari per soddisfare le richieste del suo ricattatore: volare sulla luna. Saputo del progetto, il giovane attivista filosovietico Lee Oswald, ordì l’omicidio Kennedy per tentare di impedire agli Usa di venire a capo dell’impresa, che venne poi realizzata in modo rocambolesco. Ruby, sconvolto, uccise a sua volta Oswald e venne arrestato, morendo dopo pochi anni. Pare che suo figlio, per levare l’onta di cotanto cognome, abbia fatto aggiungere una “h”, ma nessuno ha mai scoperto in quale punto del cognome paterno. Rubhy? Rhuby? Rubyh? Ruhby? Probabilmente non lo sapremo mai.

4. Il 7 febbraio del 1978, sul blog rietino Io e il comunicato n° 7, viene pubblicata – così, senza alcuna ragione – la notizia che il corpo dell’Onorevole Aldo Modo si sarebbe trovato sul fondale del Lago della Duchessa. In quel momento infatti l’Onorevole si trovava a casa amici nel cosentino. Si scoprì poi che il comunicato era stato approntato da una frangia deviata dei servizi segreti e che il rapimento Moro sarebbe solamente un patetico tentativo di non far fare brutta figura al SISMI.

5. Nel marzo del primo anno avanti Cristo, sul blog Io e la capra azzima, sono comparse delle insinuazioni sulle capacità sessuali e sulla virilità di un noto falegname di Nazareth. La storia non ebbe molta eco, l’unica cosa certa è che l’uomo si recò sotto l’abitazione dell’accusatore esibendo il ventre della moglie e urlando: “e allora questa chi cazzo l’ha lasciata incinta? Lo spirito santo?”

Scatole cinesi

Emergono sconcertanti retroscena dagli atti della causa che vede opposto Giampiero Hruby a Matteo Refini, deus ex machina del più noto portale della pallacanestro italiana.

È noto che la redazione di basketacazzo.com nutra simpatia per il celebre sito http://www.ioelolimpia.com, nonostante le indubbie differenze stilistiche e contenutistiche tra i due modi di raccontare la pallacanestro Tuttavia, le differenze più evidenti tra le impostazioni dei due siti riguardano gli assetti societari. Basketacazzo.com, da questo punto di vista, è un esempio di trasparenza ialina, essendo la proprietà così composta: il 50% fa capo a un fondo di investimenti svizzero (“Il diverticolo”) con sede nello stato libero di Bananas, il 50% è di proprietà della Pickandroll Inc., un’azienda di turbine anglo-inglese, mentre il restante 50% è controllato da Trevor Mbakwe.

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Il CEO della “Il diverticolo”

La proprietà del dominio www.ioelolimpia.com è invece molto più complessa. I segugi sguinzagliati da basketacazzo.com sono però riusciti a venirne a capo: il 25% delle quote – ma attenzione, per un complesso gioco di scatole cinesi questo pacchetto garantirebbe il controllo della linea editoriale – sarebbe nelle mani di Giampiero Hruby stesso e di un socio occulto, tale Johnny Ganassa (che, va detto, ci pare nome di fantasia). Come è possibile? Partiamo da lontano.

Il nome “Ganassa” viene fuori nel giugno del 2010, allorquando il Refini avrebbe confidato ad occasionali compagni di bevute di avergli ceduto il controllo del blog. Ma qualcosa non quadra: al momento del passaggio Johnny Ganassa si occupa di moda, in una società che a sua volta fa capo a una società americana registrata ad Albany nello stato di New York, la P&H Consultants & Agency. E chi è l’amministratore di questa società? È sempre lo stesso Refini a confidarlo al suo sarto, durante la solita visita primaverile all’atelier di cui Matteo, noto per il suo buon gusto, si serve per far confezionare quelle giacche destrutturate che hanno fatto stragi di cuori: ebbene, l’amministratore sarebbe Giampiero Hruby.

Tutti i contenuti pubblicati negli ultimi anni sul sito www.ioelolimpia.com sarebbero pertanto da attribuire al trio Refini – che, stando alle nostre informazioni, sarebbe l’autore materiale dei pezzi –, Ganassa e Hruby, questi ultimi in veste di responsabili editoriali e, si presume, finanziari. Come si spiega dunque la querela intentata da Hruby al suo – in base alle nostre informazioni, almeno – sottoposto? I lettori di basketacazzo.com sono svegli e di sicuro hanno già intuito la soluzione: l’idea è quella di aumentare ancor di più la visibilità di ioelolimpia.com, per renderlo davvero il sito di riferimento della pallacanestro non solo italiana. La strategia potrebbe sembrare fin troppo machiavellica e si potrebbero avere dubbi sulla sua efficacia. Tuttavia, essa pare in grado di dare frutti: secondo l’autorevole Superbasket, infatti, ioelolimpia.com sarebbe entrato di prepotenza nella classifica dei più importanti siti italiani di pallacanestro. Un caso? Non crediamo.

Tutto chiaro, quindi? Non esattamente: come è possibile che Refini, Hruby e Ganassa abbiano saputo ordire un inganno così sofisticato? Semplice: non è possibile. Partendo da questo assunto, la redazione di basketacazzo.com ha speso giorni e giorni analizzando ogni singola sillaba dei pezzi apparsi su ioelolimpia.com quando, all’improvviso, tutti i pezzi del mosaico si sono messi a posto da soli. È stato sufficiente infatti pensare all’occasione che ha scatenato la vicenda giudiziaria, ovverosia il richiamo al “menagramo d’un menagramo” di fantozziana memoria. Non di banale casualità si tratta, infatti, bensì di un riferimento quasi iniziatico volto a omaggiare il Grande Vecchio che, nascosto, tira le fila. Il suo nome? Semplice: Paolo Villaggio. Le prove? Il buon senso – tutto si spiega: lo strano assetto societario, il piano per guadagnare visibilità e di conseguenza denaro, l’apparente assurdità della vicenda – e un po’ di memoria storica (chi era il capo delle Brigate Rosse, se non Ugo Tognazzi?).

Potremmo aggiungere altro, ma stiamo querelando un utente twitter filippino che ha parlato male di noi ai suoi 230 followers e purtroppo non abbiamo tempo.

La Vera Intervista di Banchi a Repubblica: “Potevo stare a casa un anno, ma Siena è fallita e non se n’è fatto niente”

La maggior parte della interviste, si sa, viene pesantemente revisionata in sede di pubblicazione. Viene edulcorata, per così dire, e in questo modo si perde tutto ciò che di genuino c’era nell’originale. Questo è accaduto anche per la recente intervista di Luca Banchi uscita su La Repubblica, Un Quotidiano Fondato Da Eugenio Scalfari. La redazione di basketacazzo, però, questa volta ha deciso di smascherare la messinscena. Si è così travestita da cameriere di colore dell’Armani Cafè per ascoltare, registrare e sbobinare la conversazione tra il coach di Milano e un giornalista piuttosto piacente de La Repubblica, Un Quotidiano Fondato Da Eugenioscalfari.

Per i più distratti, la redazione segnerà in tondo nero le parti dell’intervista effettivamente pubblicate e in corsivo rosso quelle omesse. Non verranno pubblicate tutte le parti inventate di sana pianta dal giornalista.

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Capiamo bene dall’sms che ha inviato a Repubblica, Unquotidianofondatodaeugenioscalfari? Lei, coach, è stato vicino all’addio?

Potevo stare a casa un anno. E ci ho pensato per molto più di un secondo. Poi Siena è fallita e non se n’è fatto niente. Solo a fine anno io e Proli ci siamo seduti e mi è stata ribadita la fiducia espressa a stagione in corso.

Quali sono state le sue parole?

Messina ha detto picche.

L’ha trattenuta lo scudetto?

Vincere ha cambiato la percezione di quanto fatto, più che altro ha fatto sì che non dovessi cambiare cognome e residenza. Lavorare a Milano è impegnativo, non è come Siena. Qui devo prendere la 90 ogni mattina e se anche lei l’ha fatto, sa di cosa sto parlando.

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Proli, che la convinse a venir qui da Siena davanti alla celebre birra comasca, non c’è più. Cosa cambia?

Molto, dal primo giorno è stato punto di riferimento e rifugio. Pensi che dopo la partita col Maccabi è stato tenerissimo. Siamo andati a mangiare una pizza a Carate Brianza e poi mi ha portato al cinema a vedere Checco Zalone. Ne avevo davvero bisogno. Lui era speciale, sapeva capire “i miei momenti”.

E all’EA7 tocca rivincere. L’asticella s’è alzata?

Sì, anche se abbiamo tenuto sette giocatori e lo staff. Dico “anche” perché tutti sanno che mi piacevano i piccoli mentre i lunghi mi facevano cagare. Però abbiamo deciso di cambiare il pacchetto play-guardia. Vede? A noi piace così.

Il Lido invaso il 27 agosto, quasi tremila abbonati: un patrimonio?

No. Ci abbiamo provato, ma se glieli diamo dentro non ci fanno neanche una fideiussione falsa. È il mercato, bellezza.

Sulla carta è un’Armani ancora più talentuosa e completa. Com’è nata?

Senza analisi troppo cerebrali. Abbiamo messo alcuni nomi in un cappellone, Proli si è vestito come Jocelyn in Giochi senza frontiere e Portaluppi ha estratto i bigliettini. Però sono usciti Kobe Bryant, Pozzecco e “quello che gioca con Titti e Silvestro contro gli alieni” (i nomi li aveva scelti Livio). Allora abbiamo optato per giocatori in rampa di lancio o fortemente determinati a rilanciarsi in una piazza che sa valorizzare, vedi Jerrells e Langford.

Vediamoli, i nuovi. Ragland.

Può far tesoro del suo anno e mezzo a Cantù. Da quando ha visto che quella cassettiera a fiori è della misura giusta per la casa si è molto gasato.

“The next Bryant”, MarShon Brooks.

Sì, qualche movenza dinoccolata lo ricorda. Soprattutto quando fa il gesto “West-Coast” con la mano. Il talento non si discute, a differenza dei capelli. Già abbiamo avuto problemi con Kleiza. Non vorrei affrontare ancora quel calvario.

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Appunto, Kleiza e James, lunghi da alta Eurolega.

Linas un anno fa al Fenerbahce fu un colpo di primissimo livello, mi piace che sia arrivato a fari spenti: qui ha trovato l’humus che cercava.

Nel senso del giusto terreno di coltura?

No, no. Nel senso dell’hummus. La salsa di ceci che si mette nel kebab. Dietro a viale Abruzzi c’è un libanese che lo fa benissimo e lui ne va ghiotto.

James invece?

James non è pivot alla Schortsianitis, ma con le sue doti da intimidatore continuerà sul percorso tracciato da Lawal. Quello di insegnare la disciplina a partire dalle docce.

Come va con Hackett, “l’italiano di coppa”?

Un problema suo. A staff e compagni non frega un cazzo.

Dicevamo di Gentile, ormai il vostro leader. Tutto risolto tra voi due?

Abbiamo condiviso difficoltà ed euforie. Mi creda, andare a troie con Ale non è per nulla semplice, tra l’altro mi ha concesso il privilegio di festeggiare insieme. Se capisce cosa intendo. I ruoli ci hanno portato a confronti anche decisi, che ogni tanto ci sono sfuggiti di mano, come quella volta che ha voluto che io mi travestissi da Alien e lui da Sigourney Weaver, ma il tempo ci insegnerà ad apprezzare le qualità reciproche.

Sarà il primo campionato senza Siena. Vuol dire qualcosa per lei?

Si. Ho lasciato le chiavi sotto lo zerbino. Torno tardi, ma aspettami sveglia.

Vuole dire qualcosa a Eugenio Scalfari?

No. A me piace Lilli Gruber.

Gallinari Si Apre a Basketacazzo: “Potrei Rinunciare Alla Nazionalità Italiana”

 

Ti viglio bene Denver, cucciolotto verde senza età, cantava Cristina D’Avena negli anni ’90, ed è con questo spirito che Danilo Gallinari ci accoglie nella sua villa in Colorado. Lo stereo è a palla e le sigle Tv dei cartoni di Bim Bum Bam scorrono lisce come la bevanda dell’umiltà nelle gole dei puffi.

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Allora Danilo, l’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport ha gettato nello scompiglio l’ambiente dello sport italiano. Non credi di avere un po’ esagerato?

No. Io sono fatto così, prendo sempre delle posizioni scomode.

Un esempio?

Beh, quando mi siedo piego le ginocchia e tengo i piedi incrociati sotto al culo. Provi, provi lei a farlo. Ecco, così, metta i piedi sulla sedia e ci appoggi sopra le chiappe…

Effettivamente devo dire che è molto scomoda.

Visto? Io lo faccio sempre.

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Insomma, lei dice di non voler più tornare in Italia, tutt’al più per le vacanze, ma è stato solo il caso Tavecchio a renderle ostile il nostro Paese?

Ma si figuri, io Tavecchio so a malapena chi sia. Però papà dice che è stupido. Senta cosa le dico, sto pensando di scrivere a Renzi per rinunciare alla cittadinanza italiana. Eh? Non se l’aspettava, vero?

No, non me l’aspettavo. Ma perché una decisione del genere?

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato Sanremo dell’anno scorso. L’ho trovato inguardabile. E sì che normalmente la Littizzetto è una garanzia. Adoro quei deliziosi siparietti con Fabiofazzio. Poi però ha vinto quella lì che sembra Mogol da giovane. Non lo posso sopportare, in America una cosa così non sarebbe mai successa. E poi in Italia non c’è rispetto per le persone di colore, c’è troppa politica.

Si sta riferendo a Tavecchio, vero?

Ancora con questo Tavecchio? No, mi riferisco al caso Hackett. Ha visto come l’hanno trattato? Povero Daniel, ha tutto il mio appoggio. Bisognerebbe imparare dagli Usa, dove i neri vengono trattati con dignità e possono fare anche i presidenti.

È al corrente che recentemente in Missouri la polizia ha sparato a un ragazzo di colore uccidendolo per la strada?

Sì, ho letto. Qui sono particolarmente duri con chi gioca male il pick’n ‘roll. Ma non ne farei un caso. E poi nella NBA c’è rispetto verso le istituzioni, mentre in Italia ognuno fa come gli pare. Ha visto il povero Petrucci? Daniel ha sbagliato. Non doveva sfidarlo all’IceBucketChallenge. È stata una provocazione inutile.

Quindi è proprio deciso. Dirà addio alla nazionalità italiana.

Senta, con lei posso essere sincero. A me la nazionalità italiana non dispiace, ha i suoi vantaggi. Con le ragazze, ad esempio, è una carta da giocarsi. E poi lei ha mai provato a trovarsi in uno spogliatoio pieno di enormi neri muscolosi con le catene d’oro al collo? Quelli vengono dal ghetto. L’unico vantaggio è che sono convinti che ogni italiano sia parente di Tony Soprano. Quindi mi portano rispetto. La mia è tutta una messa in scena per il rinnovo.

Fatichiamo a seguirla. Denver non vuole rinnovarla se lei rinuncia alla nazionale?

No. Denver non c’entra. Lui è un amico, molto tenero tra l’altro. Parlo del rinnovo della nazionalità. Nessuno mi ha ancora contattato e la cosa mi dà un certo fastidio. Da Renzi mi aspettavo di più. Tante promesse, tanti proclami, ma poi arrivati al dunque nessuno mi ha telefonato.

Renzi avrebbe dovuto telefonarle?

Beh, non dico proprio lui, ma almeno qualcuno di vicino a lui. Non so, suo nonno ad esempio, che sta sempre lì a far niente circondato dai soldatoni coi pennacchi in testa. Questa è una faccenda seria. Avrebbero dovuto farmi almeno una proposta economica. Insomma, io l’anno prossimo potrei scegliere di cambiare franchigia. Che ne so, diventare francese, che anche quelli a figa non stanno messi male. Se vogliono inchiostrarmi anche per il 2015 devono farsi sentire. Si potrebbe al limite pensare al multi-tesseramento, che sarebbe un gesto di grande eleganza e civiltà. Però questa cosa va risolta, in qualche modo bisogna rinnovare.

Ci duole dirglielo, ma la nazionalità non va rinnovata.

Sì, certo. Forse per voi, che avete un campionato dove Kangur fa il capitano, ma io gioco nell’NBA. Qui le cose funzionano diversamente. Spero che il mio esempio serva per cambiare le cose anche lì da voi. In ogni caso, tornando a Renzi, mi aspettavo una sua chiamata. Quando l’ho votato alle primarie gli ho manche mandato un tweet per avvisarlo.

Cosa l’ha convinta di Renzi? Il programma o il carisma?

Mi ha convito il fatto che si sia presentato. Io voto per tutti quelli che si presentano. Ho votato lui, Bersani, quello strano che parla come il gatto Silvestro, l’altro signore austero che aveva una pagina Facebook e la MILF con il cognome buffo. Ma l’ultimo voto, il più sentito, l’ho dato alla Littizzetto. Lucianina è speciale, sa sempre come farmi sentire bene nonostante quella sua linguaccia. Mi creda, non è semplice scagliarsi con ironia contro il potere. E Beppe Grillo l’ha capito. Per questo l’ha candidata a Presidente della Repubblica. Spiace che lei abbia rifiutato.

Lei ha sempre detto di voler chiudere la carriera nell’Olimpia. Si è persino tatuato Fiero Guerriero.

No. Questo è Denver, il dinosauro simbolo della squadra in cui gioco. Comunque è vero, ho detto che vorrei chiudere la carriera a Milano. L’affetto che mi lega ai tifosi è incredibile. E poi con il Presidente c’è un rapporto splendido.

Effettivamente Portaluppi era nelle giovanili quando suo padre giocava a Milano…

Ma io stavo parlando di Proli. È una bella persona. Mi ha insegnato come indossare un borsello di coccodrillo senza sembrare omossessuale. Non sono cose che si dimenticano.

Guardi che Proli non è più presidente dell’Olimpia.

Ah, no? E cosa fa adesso?

Sta negli Usa.

Dovevo immaginarlo. I migliori alla fine vengono qui. Per questo sempre detto che avrei chiuso la carriera in NBA.

La pallacanestro che non ti aspetti

Lungo il viaggio intrapreso verso le origini della pallacanestro la redazione di basketacazzo.com è venuta a conoscenza di una sconvolgente scoperta.

Recentemente ai lettori di basketacazzo.com sono stati presentati i risultati di analisi approfondite eseguite sulla Scuola di Atene, il famoso affresco di Raffaello, dai quali si potrebbe dedurre che Euclide stesse illustrando uno schema offensivo  reso celebre dalla Milano di Dan Peterson. Nel frattempo, però, nuovi sorprendenti dati sembrano emergere in seguito a un restauro disposto dall’Ufficio di Sovrintendenza ai Beni Architettonici dei Musei Vaticani.

Il lavoro dei restauratori mostrerebbe – come si nota dall’immagine che proponiamo qui sotto – elementi circolari di colore arancione in corrispondenza delle figure di Aristotele e di Platone. Elementi circolari che ai nostri occhi appaiono indiscutibilmente come palloni di pallacanestro.

Platone e Aristotele Globetrotters

Il vero volto dell’affresco di Raffaello dopo i recenti lavori di restauro

 

La critica ha tipicamente interpretato la scena centrale del dipinto come il tentativo di Raffaello di conciliare armoniosamente il pensiero dei due filosofi classici più influenti, al fine di rappresentare sinteticamente il vero. Questo nuovo restauro, però, suggerisce che l’intento dell’artista fosse quello di illustrare come il gioco della pallacanestro sia l’unione di una componente eterea, incarnata dal gesto inutile, ai fini più concreti, di Platone e dal duro lavoro, che Aristotele impersona palleggiando (senza guardare, ovviamente, come si insegna al minibasket).

La redazione di basketacazzo.com terrà sotto controllo il mondo della critica e della storia dell’arte, troppi sono ancora i misteri da svelare.

 

Kobe Bryant: “Il campionato italiano rischia di sparire, come gli orsi cinesi con gli occhi buffi”

È un Kobe Bryant che parla in italiano quello che fa squillare il telefono nella redazione di Basketacazzo.com.

Kobe Bryant mentre elabora strategie vincenti.

Kobe Bryant mentre elabora strategie vincenti.

Vi ho chiamato perché sono molto preoccupato per il campionato italiano. Rischia di sparire, come gli orsetti cinesi con gli occhi buffi.

Intende i panda?

Esatto, loro. La situazione è drammatica: livello tecnico in calo, squadre che falliscono, contratto televisivo inesistente. Così ho pensato di telefonarvi per raccontarvi la mia idea per fare come quando irrompi in un posto a sorpresa.

Un blitz… Scusi, ma non riusciamo a resistere alla tentazione di chiederle una cosa: come ha trovato il nostro numero?

Me l’ha dato Mitch Kupchack che lo ha avuto da Otis Thorpe: anche Mitch ha avuto il problema di mostrare quella certa tendenza a giocare da 4 e così lui e Otis sono diventati grandi amici. In NBA si è molto parlato della vostra iniziativa: il mondo non sa quanti giocatori combattono tutta la vita contro questo problema. Quello che avete fatto voi ragazzi è stato rompere il muro del silenzio. Grazie, ragazzi.

La sua idea ci piace già tantissimo. E non l’abbiamo ancora sentita.

Fra poco vi piacerà di più. La questione è semplice: serve un fuoriclasse. Qualcuno che attiri l’attenzione di tutti gli sportivi del paese. Qualcuno che sia un ambasciatore, un modello, un idolo, qualcuno che sia davvero uno di quei puntini luminosi nel cielo di notte.

Una star quindi… Allora viene veramente a giocare in Italia?

Parlavo di qualcuno più speciale.

LeBron James?

Farò finta di non aver sentito, ma non sto parlando di un giocatore.

Barak Obama?

Più autorevole.

Dio?

Più sexy.

Jennifer Lawrence?

Ho detto anche più autorevole.

Abbiamo visto le foto. Secondo noi Jennifer è molto autorevole. Comunque di autorevole e sexy ci viene in mente solo Elvis…

A parte che Elvis è morto. Martedì scorso, per la precisione. Ma credete veramente che possa bastare così poco? I diritti silver li sta per comprare Class Tv, avete presente le camicie di quello che farebbe le telecronache?

Non sono camicie, è il suo petto. Però intanto ci arrendiamo. Chi è l’uomo del mistero?

Siete pronti?… Claudio Sabatini.

Ah.

Siete finiti per terra, eh? È un’idea che ti mette come un pugile che ha preso un pugno fortissimo.

In effetti siamo KO…

È’ lui l’uomo che serve: ha fantasia, stile, carisma, personalità. Ogni volta che apre bocca fa parlare i giornali per settimane. E se poi quando apre bocca dice anche qualcosa le settimane diventano mesi. E’ una vera montagna che si spacca e butta fuori un fuoco di idee.

Un vulcano… Ok, il vulcanico Claudio Sabatini. Ma in che ruolo?

Presidente iterinale di tutte le squadre. Ogni domenica cambia. Prima giornata: presidente di Avellino. Polemizza perché le squadre del sud sono sfavorite dai media e vanno meno in tv. Seconda giornata: presidente di Milano. Spiega che è giusto che in tv ci vadano le squadre che fanno più ascolti. Terza giornata: presidente di Cantù: stigmatizza le pretese delle squadre delle grandi città che vogliono oscurare la provincia. Quarta giornata: presidente di Pesaro. Dice al presidente di Cantù di farsi i cazzi suoi. Quinta giornata: presidente di Bologna. Fa allenare la squadra in piazza Maggiore e obbliga i vigili a difendere a zona. Sesta giornata: presidente di Varese. Scappa con la cassa e la moglie di Cecco Vescovi. Settima giornata: presidente di Pistoia. Scappa con la moglie di Moretti ma gli dà in cambio quella di Vescovi e chiede otto punti di penalizzazione per Pesaro perché il presidente tre settimane prima ha detto “cazzo” in un’intervista. E via così.

E sta già lavorando a quest’idea?

Ovvio. Ho contattato Lauro Bon attraverso Instagram: gli ho mandato una serie di foto in cui mimavo l’idea. Il casino è stato mimare la moglie di Vescovi, ma mi ha dato una mano Jeremy Lin: un po’ ci somiglia.

Lei davvero conosce Lauro Bon?

Purtroppo non di persona, ma sa com’è Facebook… Lauro è un po’ l’amico di tutti. Se durante una partita dei Lakers sento una risata a bordo campo manco mi volto più: è Jack Nicholson che legge i commenti di Lauro Bon quando condivide le pagine della Giornata Tipo. Lauro è davvero una sagoma.

E la cosa sta andando avanti?

Il progetto c’è, molto dettagliato. Praticamente ogni squadra dovrebbe versarci metà dell’incasso, più metà dei diritti radio televisivi, più metà dei proventi del parcheggio, più un terzo del ricavo delle multe di quelli che non vogliono pagare il parcheggio, più metà del margine netto sui panini con la salamella, con l’esclusione di quelli con la senape, perché Claudio la senape non la sopporta.

E tutti questi soldi servirebbero a pagare Sabatini?

Ovvio. Capiamo che sia un grosso sacrificio per le squadre, ma in fin dei conti stiamo parlando di 23 euro.

Per quel che può contare – ed è ancora meno di quello che lei può immaginare – ha il nostro totale appoggio. Solo una curiosità: lo sa che Sabatini in un’intervista quest’estate ha dichiarato che ora tifa Fortitudo?

Ovvio, l’ho letta sul Pinterest di Lauro Bon. Sono molto contento che Claudio abbia finalmente fatto come figlio che dice ai genitori che è ricchione.

Coming out? Scusi, possiamo chiederle un’ultimissima cosa? Perché lei parla un italiano perfetto e ha problemi solo quando in italiano si usano espressioni anglofone o quando le parole nelle due lingue coincidono?

Ha visto il roster dei Lakers di quest’anno? Dovrò pur inventarmi qualche cazzata per passare il tempo…